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Il Museo Studia
il mare che non ti aspetti

Il mare che non ti aspetti

26 gennaio 2014:
Alain Rosa:
“Ancore dal litorale medioadriatico”

Stefano Medas:
“Simboli di speranza: storia e antropologia dell’ancora”

Domenica 26 gennaio per il breve ciclo “Il mare che non ti aspetti” sono di scena due relatori, Alain Rosa e Stefano Medas, e quei reperti “disseminati” dall’uomo e ormai parte integrante del panorama subacqueo che sono le ancore. I motivi per cui un’ancora giace in fondo al mare possono essere molteplici: cause accidentali quali la rottura della sagola a cui era fissata o in quanto incastrata su un fondale roccioso, o l’abbandono volontario per alleggerire la nave cui apparteneva, o ancora a seguito di scontri navali, persa con tutta la nave. Il ritrovamento avviene per la maggior parte dei casi in maniera casuale e fortuita durante le battute di pesca con il metodo dello strascico o durante le immersioni di subacquei sportivi, mentre solo di rado è il frutto di una ricerca scientificamente programmata; e tuttavia, a causa del peso consistente, non è frequente il loro recupero. Le due ancore in ferro da poco acquisite dal Museo della Regina furono “catturate” nel 2010 dal motopeschereccio Joacchi, della marineria di Rimini, durante una battuta di pesca nella parte più settentrionale dell’Adriatico; una volta rientrato in porto, il comandante del peschereccio le consegnò alla locale Capitaneria di Porto, dove sono state custodite fino al giorno del loro trasferimento al Museo di Cattolica. Si tratta di due ancore tipologicamente e cronologicamente diverse: la prima è un modello “ammiragliato” in buono stato di conservazione, per caratteristiche e forma del fuso e delle marre riconducibile ad una produzione spagnola del XVII sec.; l’altra è di fabbricazione inglese più recente: poco conosciuta (modello Trotman, 1840 -1900), era in dotazione a bordo di piroscafi passeggeri prevalentemente inglesi. La sua particolarità sta nelle marre, mobili lateralmente e non fisse, e nelle “unghie o alette ” a forma di L leggermente ricurve e arrotondate: dopo il 1900 non sarà più prodotto; di questo modello, prima del ritrovamento in Adriatico, si conosceva un solo esemplare, rinvenuto nei fondali davanti al porto di Riposto (CT). L’intervento di Stefano Medas arricchirà la giornata con notazioni di carattere storico e simbolico, le stesse di cui si conservano le tracce in talune espressioni idiomatiche; il titolo riprende quello di un racconto di Joseph Conrad, Emblems of Hope (Emblemi/simboli di speranza), contenuto nel suo The Mirror of the Sea (Lo specchio del mare), del 1905. Del resto l’ancora è molto più di uno strumento funzionale; è ciò a cui le genti di mare affidano la propria sicurezza e la propria salvezza: la definizione “antropologia dell’ancora” intende appunto evidenziare gli aspetti culturali, oltre che tecnici e materiali, dell’ancora stessa. Di grande interesse sarà infine la breve carrellata sull’evoluzione delle ancore, dalle pietre forate all’ancora “moderna” pre-ammiragliato (quale quella oggi in museo, che era stata a lungo “dritta” presso l’Azienda di Soggiorno di Cattolica)), evidenziando anche il significato culturale che assume, per esempio, nella cultura Cristiana, dove l’ancora diventa simbolo di saldezza nella fede. Alain Rosa: dal 1982 in servizio presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’ Emilia Romagna (Museo Archeologico di Ferrara), nel 1989 entra a fare parte del Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea ( STAS): inizia così una lunga l’attività di ricerca e scavi subacquei che lo vedrà impegnato in diversi siti sommersi, dal Piemonte al Fruli Venezia Giulia. Ha preso parte allo scavo e alla valorizzazione di vari relitti fra cui quello della nave romana di Comacchio Fortuna Maris; il relitto dei Cannoni (VE); ha collaborato al recupero e alla valorizzazione dell’imbarcazione da trasporto Riccardo I°, così come allo scavo dell’imbarcazione quattrocentesca “Paolina” in piazza Travaglio (FE). Partecipa come esperto alla missione Archeologica Subacquea Italo – Rumena (1995-2000) nelle acque del Mar Nero antistanti la colonia greca di Callatis, l’attuale Mangalia e nelle acque del Danubio antistanti l’antico castrum romano di Capidava, in collaborazione con l’Università di Bucarest ed il Museo Archeologico di Timisoara (Romania) Attualmente è il responsabile tecnico-scientifico del nucleo per l’archeologia subacquea e navale della Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna, coordinando attività istituzionali di indagine e ricerca, in stretta collaborazione con Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’arma dei Carabinieri nucleo subacqueo, Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto guardia costiera. Stefano Medas: laureato in Storia Antica all’Università di Bologna, ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università delle Isole Baleari, Spagna. È stato docente a contratto di Storia della Navigazione antica all’Università di Bologna – Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Ravenna, dal 2000 al 2012. Ha tenuto numerosi corsi e seminari in diverse università italiane e straniere sui temi dell’archeologia subacquea, dell’archeologia navale e della storia della navigazione. È attualmente Presidente dell’Istituto Italiano di Archeologia e Etnologia Navale, Venezia. Lavora da vent’anni nell’archeologia subacquea e navale e ha diretto oltre sessanta cantieri di scavo su relitti e siti sommersi in mare e nelle acque interne (in tutto sedici relitti, cronologicamente collocati tra l’età romana, l’età medievale e post-medievale). Dal 2000 concentra la sua attività nella laguna e nel mare di Venezia, dove si è occupato anche delle indagini archeologiche subacquee in appoggio alle opere per la realizzazione del sistema MOSE. Ha partecipato a numerosi progetti di ricerca e a convegni scientifici in Italia e all’estero. Ha pubblicato cinque monografie (tra cui La marineria cartaginese, Sassari 2000; De rebus nauticis – l’arte della navigazione nel mondo antico, Roma 2004; Introduzione allo studio del Periplo di Annone, Lugano 2006; Lo Stadiasmo o Periplo del Mare Grande – Commento nautico al più antico portolano attualmente noto, Madrid 2010) e oltre cento articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali in materia di archeologia navale, archeologia subacquea e storia della navigazione.